ASTENERSI BUONISTI – il mio sguardo insofferente al mondo del lavoro

Durante le 8 ore tenedenti alle 11 di lavoro quotidiano ho sempre aperta la finestrella di gimeil.
Lì, tramite la ciattina di gogòl mi tengo sempre in contatto con AmicaUmbra, ci scambiamo linc scemi o ci chiediamo come va. Nzomma, prima vivevamo insieme e questo accadeva la sera davanti a una tisana, ora che siamo diventate signorine grandi manteniamo questa costanza così.
Noi siamo due del centro Italia che hanno trovato lavoro senza spinte nella Milano già bevuta dei giorni nostri, ci siamo barcamenate in professioni più o meno adatte a noi e siamo giunte ad avere, tra un sospiro e l’altro, lo stipendio a fine mese. Io ho avuto modo di mantenere lo stesso lavoro dal mio trasferimento, faccio la balia di The President un riccone (chissà per quanto ancora) che s’è comprato un’azienda e gioca a farla fallire. Sta ottenendo risultati strabilianti.
Il mio lavoro inizialmente mi piaceva abbastanza, bella gente e bei discorsi, tanto francese, tanta Cote d’Azur, tante traduzioni legali…insomma, un bel modo per rispolverare la laurea unito a quell’aurea di intoccabile che solo essere il braccio destro di qualcuno di potente sa darti.
Non è il massimo? Lo so bene, io adoravo il mio lavoro di Roma, mi coinvolgeva e faceva innervosire, mi sfiniva e dava soddisfazioni e, per quanto qui sia tutto diverso, ho sempre cercato il buono di un posto di lavoro di alto profilo e relativamente affidabile, di un contratto lungo addirittura 12 mesi e con i bonifici di stipendio addirittura tutti i mesi.
Dentro di me ho sempre covato l’idea e l’aspirazione e la speranza di tornare a lavorare in comunicazione,  di fare quello che mi viene meglio e in cui mi sento a mio agio: mettere un tailleur e intrattenere relazioni istituzionali, elargire sorrisi anche con le vesciche sotto a piedi, ingozzarmi di nascosto di roba di catering di primo livello, guardare da vicino un mondo che più conosci e meglio lo eviti.
A contatto coi Signori della Guerra ho visto sta gente che mi ha fatto spesso -sempre?-  schifo, La Russa per dirne uno, gente che dall’alto dei suoi premi di produzione trimestrali da novantamila euro, veniva a piangere miseria con me perché le sue azioni del Palazzo delle Guerra avevano perso valore. Genitrice una volta mi disse “ma non ti viene di mandarli a fanculo?” eccerto che mi veniva e mi viene tutt’ora, ma ho elaborato un distacco chirurgico, ho visto davvero la decadenza putrefatta che c’è dietro tutte queste storie di soldi a palate. Dopo aver invidiato l’autista e le quattro carte di credito per dieci minuti buoni ho scovato il referto di tentato suicidio della figlia diciottenne, dopo aver sbavato sulla barca nel porticciolo di Cannes ho visto lo status di uozzap della ragazzina dodicenne col padre al terzo matrimonio “odio tutti”. Insomma se quella montagna di presunta bella vita, senza eccezioni, l’ho sempre beccata a doppio filo con qualche voragine sul dramma personale.
Sono come i cinesi, dico sempre, sono semplicemente molto diversi da noi ma non ci scambierei manco un’unghia.
Ma se pensate che questo sia un modo lungo e giracheterigira di dire “meglio nascere fortunati che ricchi” o solo “i soldi non fanno la felicità” beh, fermi tutti, non è come sembra caro!
Io sti mondi li osservo per lavoro e, onestamente, fare comunicazione con tanti soldi è stato bellissimo. Vogliamo mettere fontane di cioccolato alte tre metri? Mettiamole. Vogliamo mangiare al Savini in galleria a Milano? Prenotiamo. Vogliamo offrire i biglietti della prima alla Scala? Offriamoli e già che ci siamo sponsorizziamo un fantastico museo d’arte moderna.
Tutto ciò è stato semplicemente divino, soddisfacente, grandioso, divertente e clamorosamente sulle spalle dei contribuenti.
Ora no.
L’amore che strappa i capelli è finito oramai [cit.] e sono qui, in un’azienda che dovrebbe produrre prodotti che non produce comprando materiali da fornitori che non paga per vendere i suddetti prodotti a clienti che non comprano e, quando comprano, non ricevono la merce. Tutto questo, in one word: la crisi, beh, mi fa cagare.
Mi fa schifo, mi annoia, mi stressa di quello che stress che ti fa venire voglia di ammazzarti e zero adrenalina.
Mi chiamano sti poracci per il saldo di fatture da 400 pidocchiosissimi euro, mi chiama quell’altro che ha comprato una felpa cambogiana da cinquanta pidocchiosi euro e siccome non gli è arrivata allora pensa di potermi dire che io non capisco quanto sia grave. Mi arrivano email di gente che dice di citare personalmente in tribunale me, Lafrangia Liscia, perchè pare una volta j’ho risposto al telefono e detto di chiamare l’amministrazione e allora sono cattiva e metteteme dentro e buttate le chiavi.
Mi chiama un birraio artigianale a dirmi che per l’evento vuole mille miseri euro per la fornitura e devo rispondergli che è troppo. Troppo? Ma se na cena tra quattro stronzi che siamo io, il Primate, AmicaUmbra e Altissimo ne spendiamo 60 di Falanghina? Io non ho davvero parole.
E poi c’è un altro aspetto: gli annunci di lavoro. Ogni volta che ne pubblico uno ricevo 200 o 300 cv in meno di 24 ore ed è avvilente. E’ la prova provata che devo anche dire grazie e sissignore perché almeno io uno straccio di lavoro ce l’ho. E comincio a ricevere telefonate su telefonate di persone della mia età o anche più grandi che dicono “io ho bisogno, ho un bambino, vengo anche per poco” e, siccome non sono una bestia, cerco sempre di dare una spiegazione con tono carino, di essere sincera, di svicolare un po’ dalle direttive per cui “se li volemo li chiamamo noi” e “le faremo sapere”, perchè ho ben presente quanto faccia schifo stare a casa in attesa di un donatore di lavoro. Ma essere carini sempre per pura pietà va bene, solo non va bene 300 volte al giorno, è deprimente. Quello che all’inizio dicevo con spontaneità e entusiasmo, con sincerità e comprensione ora è sempre la stessa frase stantia che suona vuota e falsa.
Lavorare così è pesante, è svilente e non è per niente figo.
La vita di ognuno di noi è piena di piccole miserie, almeno al lavoro voglio scialare, voglio poter pensare un minimo in grande.
E, sì, lo so, a scuola non c’hanno manco la carta igienica per pulirsi l’ano, lo so. Ma qui è il privato, qui questi cercano maldestramente di ammonticchiare capitali, non c’è nulla di nobile, nessuna velleità educativa.
Io voglio immolarmi per otto ore al giorno alla grande de dello spendi&spandi: l’immagine aziendale.
Basta morti de fame, basta fatture insolute, basta insulti per poche centinaia di euro, basta ragionare sempre da miserabili. Che due palle.
Meglio ricchi che poveri, mi spiace, ma da qui non se scappa.
Lo sporco capitalismo ce lo siamo preso, farà anche schifo, però godiamocelo.

A me lavorare coi poracci fa schifo, questa è la verità.
Ridatemi i politici corrotti, ridatemi i caccia che scoreggiano il tricolore, ridatemi i musei, sono Bionda, ridatemi le mie maledettissime fontane di cioccolato.

PARLARE ADESSO NON HA PIU’ SENSO O FORSE Sì? [cit.]

Una serie di notizie altalenanti si sta riflettendo sul quadro impressionista e impressionante della mia vita: le ovaie ballano la socadance e poi vanno in letargo, regalandomi dei capelli oleosi come non mai, il Primate che attraversa un periodo di ansia da mutuo e simili che dura da circa 3 mesi e pare che altri 3 mesi durerà, il lavoro che comincia a stancarmi (leggi anche: non me paghi, famme bestemmià [cit.], le spese dello sponsale che hanno deciso di autogestirsi e sono prese da un attacco di gigantismo, la fattoria degli animali dei miei parenti che viaggia sull’imbizzarrito andante. Insomma, è un po’ un casino.
Nonostante ciò ho di che allietarmi: ho scoperto che mi piacciono le scarpe col tacco grosso e ne ho prese due paia di cui una color tangerin (alla faccia dell’arancione). Credo mi piaceranno ancora un mese per poi passare a farmi schifo.
Poi ho scoperto anche che mi piacciono le pubblicità a scelta su google, tipo quella del prodotto per stirare i capelli delle donne di colore, rimango imbambolata come un treenne davanti ai teletabbis.
Inoltre accadono cose interessantissime, tipo ieri mi squilla l’interno in ufficio, leggo lo schermino “The President”, metto il tono da centralinista del genere che scappa con Gerri Megguaier e faccio “Sììì?”,  “Frangia, può venire un attimo?” – tono serissimo- quindi mi alzo e vado a passo svelto alla porta del superboss.
Toc-toc, prego, apro, mi dica, e mi appare la seguente immagine: un sessantenne molto prestante fisicamente, dell’altezza di circa centonovanta centimetri e di almeno un centinaio di chili con una matita nella mano destra e un temperino nella sinistra. Sul volto la maschera della sconfitta mista alla maschera dell’incomprensione. Da circa dieci minuti non riusciva a temperare una matita, “menomale che c’è lei, Frangia”.
Io seriamente mi chiedo a cosa sia valso fare un master, ma ancor più mi chiedo a cosa mi servirà mai sapere le regole del congiuntivo futuro in portoghese quando per portare a casa la pagnotta devo temperare matite per sessantenni miliardari.
Poi oggi, mentre la figlia del di cui sopra mi raccontava di come se la sia depilata col laser tanti anni fa e che questa è una storia che vale [cit.], entra The President e mi fa:
“Frangia ma lei ha qualcosa di diverso…”

e io mi giustifico prontamente “eh, sa, dottore, da me c’è mezzo metro di neve, allora sono un po’ in tenuta boscaiola” (c’ho le Timberlademmerda, n.d.a.)
” ma dice? so tanto carucce, c’ha sti piedini in miniatura”
“eh, ho il trentasei…” [cosa mazzo vuoi che ti dica?]
“senta, se le mangia du’ frappe?” [ecco, uno che dice “frappe” a Milano, io lo posso amare]
“eh, dottore, ultimamente sto un po’ attenta alla linea” [mento, perché tanto lui a cena non me vede]
“aaaah, ecco che è! s’è dimagrita!”
“mah, giusto un pochino, sempre cinquanta peso…”
“no, no! è meno PALLOCCHETTA!”
Quindi ero pallocchetta, non so se  you reand count.
Cosa volete che dica una “pallocchetta” delle dimissioni di BennySixtin? Si sarà innamorato, capita.
O del mezzo metro di neve a Milano?
O dell’arresto del capo dei Signori della Guerra? (pezzo dimmerda, la prossima volta che ti stampo un begg ringrazia…opps, mi sa che il begg ar gabbio nun te serve!)
Stasera inizia Sanremo quindi non ce n’è per nessuno, ci sono pochi avventi epocali che attirano la mia attenzione: le prove del mio abito da sposa e Sanremo, tutta roba che s’abbina ai fiori quindi.
MARIA NAZIONALE IO TI STIMO E TI SOSTENGO.

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A NATALE PUOI MA NON VUOI

Riassumendo:

il Primate mi ha fatto il regalo di compleanno della vita tipo che nessuno ha mai avuto né mai avrà un regalo così bello. Descrizione: cena nel ristorante preferito + dozzina di rose preferite + 100 ml del profumo preferito. Giorno dopo: sveglia a sorpresa di amici a sorpresa da tutta Italia + paste a sorpresa di cui una al Traminer + busta a sorpresa con dentro buoni a sorpresa per giornata di terme e massaggi a sorpresa per me medesima con le mie amiche medesime + rientro dalle terme con pelle giovanissima e sguardo distesissimo + cena a sorpresa con ulteriori amiche universitarie e non a sorpresa con un menù che mancotelosogni.
Quindi il giorno dopo mi si è rotto il Chindol, rotto l’emmeppitrè, rotti gli stivali diventati quindi scarpe che abbaiano, magneno, parlano, giunta una bolletta romana da millettrecento neuri. Karma Karmilion.
Tutti questi avvenimenti avvenuti meritavano di certo un approfondimento a dovere, una descrizione particolareggiata, ad esempio, di come ho sbavato su un materasso ad acqua vibrante, o di come ho sbavato dormendo nella buca per la testa del lettino dei massaggi. E poi comunque volevo scrivere le recempsioni di una decina dozzina di libri che avevo letto nel frattaim ma Chindol mi ha lasciata, maledetto.
Poi, damblé, oggi succede qualcosa che ha veramente del fastidioso: ho dovuto fare l’albero di natale in ufficio perché The President è patito di addobbi natalizi. E quindi non poteva farselo da solo? No, chiaramente. Conseguentemente sono scesa in cantina col portiere e Perfetto Coglione che mi aiutava coi pacchetti. Dopo aver chiarito la mia posizione netta a favore dell’aracnofobia il portinaio non ha fatto altro che dire che lì è pieno di scorpioni vivi.
Quindi giungo all’ingresso dell’ufficio Brum Brum con tutti i pacchetti di palle varie. Comincio a montare sto albero e mi sento una predica da LaNonRaccomandata (figlia di The President)su quanto è brutto non addobbare casa (non faccio l’albero dalle medie, n.d.a.). Poi riesco a montare sti rami, mi danno una mano a mettere la punta ché non ci arrivo. L’albero è bianco. Ma quant’è brutto? Tanto. Che senso ha? Nessuno.
Vabbè, pace, ci metto le lucine e mi faccio dare una mano, sembriamo tre scemi in ordine decrescente di altezza che girano intorno a un albero di plastica bianca nell’ingresso di un ufficio di desain.
Vabbè, lucette messe.
Apro le scatole delle palline, sono grosse come arance grosse. Solo che bianche. Palle bianche su albero bianco. Bello sì, parecchio natalizio anche. Vabbè, dice quello, le luci saranno colorate, no? Come no, colorate di bianco.
Praticamente una mega-ricotta a intermittenza.
Quindi arrivano dall’altra stanza quei due dicendo “è pronto l’albero???” e si avvicinano dicendo “aspè che metto meglio due palline”.
Così, lasciando intendere che potevo decorare meglio, rompono una pallina per uno.

 

LA GENEALOGIA CHE NON TI ASPETTI

Non so come ma mi seguono. I figli di Mazzinga, intendo.
Nello Zoo di Testaccio lavoravo per gli amici dei colleghi dei parenti dei conoscenti degli zii dei simpatizzanti di, ma qui a Milano no. Quindi quando a Roma arrivò la figlia di Mazzinga non mi stupii, qui a Milano invece sì. E il bello è che qui invece è arrivata la famiglia Mazzinga al gran completo. Innanzitutto io lavoro per Mazzinga padre che s’è subito portato dietro sua figlia per prendere il posto che era stato pensato per me. Poi è arrivato il Socio di Mazzinga che s’è portato dietro il figliastro. E’ un po’ che penso a come rinominarlo ma onestamente ho poca fantasia…penso che lo chiamerò il PerfettoCoglione.
PerfettoCoglione è un benestante figlio di una élite monetaria lateromilanese, sta per prendere (con calma) la laurea specialistica in un ambito umanistico, è di altezza media e sottopeso in maniera tragica. Per dire, tra le costole gli si vede la pelle che si muove al ritmo del battito cardiaco. Arriva sempre vestito di grigino, ginz grigini, olstar grigine, una camicetta di marca ma un po’ stropicciata, un maglioncino di marca ma sempre stropicciato, la pelle tra il grigio e il giallo uovo, capelli neri come la pece. Zaino in spalla e cuffie giganti alle orecchie, si aggira per la città tamburellando le dita al ritmo della sua musica alternativa sparata a palla dall’aifonquattresse, si definisce così un dendi, un ipster, un alternativo, uno diverso dagli altri, un filosofo. In due parole: un PerfettoCoglione.
Nella vita desidera l’indipendenza, vuole prendersi le sue responsabilità, vuole vivere da solo, vuole amare una sola donna, vuole vivere veramente, vuole andare a vivere a Parigi e aprire un ristorante boemien. Infatti si è fatto mettere nello stipendificio, fa un partaim di 3 ore giornaliere in cui passa a lamentarsi con me dello stipendio, sta su internet a guardare siti di conferenze a cui poi non va, compra alla Ricordi libri di filosofia che non legge e viene a dirmi che il suo nuovo autore preferito, che proprio gli ha cambiato la vita, è Baricco. Lo conosco da meno di sei mesi, lui mi pensa la sua vecchia guru pur avendo solo tre anni meno di me, e si è sentito libero di confessarmi che non ha fatto sesso per dieci mesi consecutivi perché pensava alla ex, mi ha messo a parte di tutte le sue aspirazioni: giornalista, traduttore, ristoratore, rappresentante commerciale e, non ultimo, atleta di triatlon. Si sente sempre in tempo a cominciare una nuova strada che non comincia, un po’ animo maledetto da questa famiglia ricca e borghese, PerfettoCoglione ha fatto il cameriere per protesta. Ma poi per sicurezza ha smesso.
Insomma, morale della favola, PerfettoCoglione me lo ritrovo tutte le mattine davanti con questa faccina da barboncino bastonato che mi chiede se voglio un caffè che puntualmente faccio io per entrambi. Mi racconta scanzonato e fintoinsoddisfatto la sua vita e mi fa una grandissima pena, i suoi venticinque anni vissuti con la profondità di uno stipetto del Mondoconvenienza, la sua filosofia alla UilliPasini ma più banale.
Ovviamente sul lavoro non sa fare nulla, sbaglia persino a compilare il foglio presenze, però si dice padroneggi – causa Erasmus – la lingua d’oltralpe. Ed è per questo che faccio io qualunque tipo di traduzione, da quelle commerciali a quelle legali a quelle di “si è inceppata la ventola del tender”, proprio perché lui e il francese sono una cosa sola.
In uno dei miei impeti montessoriani lo esorto a tradurre due righe due di una comunicazione di servizio. La guardiamo insieme, la traduciamo a voce insieme e lo mando alla sua scrivania a mettere per iscritto le quattro paroline. Mi chiama all’interno, la ripetiamo, aspetto la mail. Mi richiama per sicurezza. Poi mi arriva la sua mail con la premessa “me la correggi per favore?”. Sento proprio l’ictus che arriva. Inspiro, espiro, inspiro, espiro. Alzo lo sguardo verso il cielo ma mi si blocca a metà: alla porta c’è lui, PerfettoCoglione, che vuole che gli spieghi qualcosa come “distinti saluti”. Io mi metto a ridere e do lezione di lingua straniera.
Lui tutto contento mi guarda e fa:
– Frangia madonna come sei brava tu…
– A fare cosa,caro?
– Con noi, hai tutta questa pazienza, sempre, non so come fai…davvero..
Lo guardo, sorrido gentile e carina, sguardo da suora missionaria
– Mi pagano.

ZAN-ZAN!

RAGAAAAZZIIIIII

Che io di economia non capissi una fava, era evidente da un pezzo. Sono ricca? No, pertanto. Però davvero ci sono cose che, dal basso della mia conoscenza sulle teorie geopoliticoeconomicosociali basate sull’aumento del prezzo del fondotinta Clinic, davvero non mi spiego.

Il mistero del mondo  e della vita, però, mi si è infittito facendo i colloqui di lavoro.

Fatto sta che io ora lavoro per la nota Brum Brum che da poco ha riaperto, un tim di solidi raccomandati ricconi al comando e io ad assisterli. La prima domanda che mi è stata fatta da uno dei da me assistiti è stata “Ma tu come l’hai conosciuta Madame?” (per Madame si intende la moglie di The President). Tramite il Corriere della Sera, porca di quella farfalla di Belen, ho mandato uno stramazzo di civvì rispondendo a un annuncio e ho sfidato qualunque pregiudizio sulle aziende che assumono raccomandati. Cioè, ma mica lo fanno tutte le aziende, sempre lì a pensare male tutti quanti…alle volte ci sono anche delle aziende che si prendono qualcuno solo perché è bravo e possono serenamente sottopagarlo, no?

Insomma, io qui mi trovo anche bene, sto tranquilla, mi trucco e mi parrucco tutte le mattine, mangio il mio tofu alle olive a pranzo…e chi m’ammazza? Però che vuol dire, io sono dinamica, seguo i flussi del mio tempo, fluttuo sulla vague della generazione ics e quindi, quando m’hanno chiamato per un colloquio in zona Duomo di Milano, sono andata.

Arrivo in questo bel palazzo del centro con le scale ripidissime da vertigini. La mattina avevo avuto una riunione in ufficio, quindi indossavo il mio tubino nero d’ordinanza (ma con le maniche bordò e una bella zipp d’oro sulla schiena) e lo stivaletto nero basso che fa sempre tanto donna moderna. Mi apre una in scarpe da ranning e maglioncino pidocchioso. Mi siedo su un divano, osservo le pareti con lo spatolato veneziano giallo e quasi vomito. Sto finto lusso da tressordi mi fa schifo. Ai lati di una porta due enormi portavasi di alluminio satinato ospitano due finte orchidee bianche. In fondo al corridoio una sorta di toletta con sopra uno specchio enorme, qualcosa come 2 metri quadri, tondo e bordato di decorazioni. Insomma: cafonal lacsciuri. Accanto al divano su cui sono seduta c’è una porta chiusa, di lì escono varie voci, a intuito si tratta di un uomo, una donna e sbirulino. Parlano, parlano, ridono e intanto fanno tardi. Io sono lì solo in pausa pranzo e voglio muovermi.

A un certo punto sento la maniglia girare, dirigo il mio sguardo in direzione della porta e vedo palesarsi una losca figura che parla al cellulare: è sbirulino, la riconosco subito dal tono sensuale come una battuta di Gianni Morandi a Sanremo (questa similitudine è a puro uso e consumo delle ricerche su gugol).

Partiamo a osservarla dal basso: degli stivali neri con la zeppa. Posso morire per favore? Che motivo c’è per giustificare questo abominio della moda? Comunque, è il meno. Stivale con zeppa in gomma nera, piede in scamosciato nero e gambale alto al ginocchio in pellicciona sintetica nera, gonfia ma gonfia ma gonfia che manco la faccia di Melanigriffit.

Calza nera coprente, mini di pizzo nero, top nero e sopra una giacchina di pelle abbottonata solo al collo, quest’ultima davvero stupenda, mi pare di riconoscere un certo tocco Gucci (sostituire con qualunque marchio costoso ad libitum).

Il bello, però, è la faccia: capello nero a caschetto con ondina all’indietro (che fa stanto vintasg demmerda peffinta), degli zigomi passati con uno dei condoni del governo precedente, una bocca bella tesa tesa tesa tipo salsiccia col budello, queste sopracciglia graffettate alle tempie, il tutto ricoperto da questo cuoio color cognac della pelle.  Sia chiaro, non una brutta donna, ma di certo un viso inusuale per essere umano.

Parla al cellulare e poi rientra. Sento vari saluti e, dalla stessa porta, esce quella che riconosco come la candidata che mi ha preceduto. Poraccia, grassoccia e mal vestita, capello unto e pelle idem, sorriso esaltato di chi non si rende conto che non avrà mai mammancopessogno quel lavoro.

Entro io e…tadaaaan! Mi trovo davanti una lunga scrivania con tre tizi dietro, una specie di giuria di Italiasgottalent. La lei di cui sopra, un ometto secco secco secco con un maglioncino infeltrito, pochi capelletti stinti e gli occhialetti rettangolari, un personaggio alla Italo Svevo e un terzo figuro con occhiali in punta di naso, fogli alla mano e un maglione di merda.

Tante strette di mano, un bel “ci parli di lei”, un bel “ma lei è disposta a lavorare fuori orario”,amenità varie e un meraviglioso “ma in Umbria dove? Ah! Lì? Lo conosco benissimo: c’è la scuola della CGIL!” detto con una sicumera che manco “ah, sì, Roma, quella col Colosseo!”. Poi sto tizio mi chiede, come se fosse normale, se sono fidanzata e da quanto, se ho fratelli o sorelle, cosa fanno i miei genitori, il tutto mentre io respingo fortissimo la voglia di dire qualcosa come “si ricorda quella brutta storia di omicidio in famiglia in Umbria nel 1998? ecco purtroppo…” per vedere la sua faccia. Lascio perdere, rispondo neutro, tutto e niente. Insomma mi introducono, col loro improbabile trittico, all’argomento clù, il genere di lavoro: assistente personale di questa nota pierre e organizzatrice di eventi. Benone, è il mio pane. A quel punto lei comincia a parlare, con questo suo tono imbarazzante e restando ferma come un gatto di marmo per non spettinarsi, e mi fa:

– Ma lei come se la immagina la mia giornata tipo?

Ti svegli, il tuo gigolò ti fa fare ginnastica passiva, arriva la tua badante e ti fa quelle settecento punturine per renderti presentabile, ti vesti copiando il look a Pamela Prati o Maddalena Corvaglia e poi esci a fare penosi colloqui.

– Beh, certamente indaffartissima! Si sa che noi donne abbiamo sempre mille cose da fare oltre al lavoro, insomma: una vera donna multitasching, controlla l’agenda, rivede gli appuntamenti, sposta quelli che deve modificare, pianifica la serata…mille cose!

E lei, lì, com gli occhi sgranati di piacere estatico. L’ho colpita al silicone, mi ama, sono la sorella che non ha mai avuto. E continua:

– Ma lei la guarda la televisione?

Poca roba, Ballarò, Formigli, Nuzzi e se capita Crozza…sempre in streaming.

– Mah, guardi, in realtà non ho molto tempo…giusto qualche trasmissione selezionata…

– Ah, ma non la guarda nessuno la televisioneeeee??? Mammamia… Ma quindi lei cosa guarda?

Mazzo mazzo mazzo! Cosa dire? Oddio, devo trovare qualcosa che vada bene sia per me che per questa….

– Eh, guardi, mi piace molto Daria Bignardi! (eddaje, la Bignardi è come un cd di Ligabue: tuttifrutti!)

– Ah, sì, proprio brava lei…e Grande Fratello?

– No, guardi, non ce la faccio proprio…

– Ma a lei piace la moda?

– Beh, sì, sa come siamo noi donne…comunque sì, seguo qualche giornale online, guardo foto di sfilate…mi ispiro insomma

– E qual è il suo stilista preferito? (sono certa che abbia detto qual è con l’apostrofo, lei)

Aridanghete…e mo che dico?

– Emmmh….Tom Ford!

– Beeeeellooooo!!!!! E come mai?

Perché è il primo che mi è venuto in mente!

– beh, lo trovo raffinato, di gusto, non mette mai grandi marchi sui capi ma il suo stile è riconoscibilissimo, sa, io non amo il marchio in vista, sono convinta che se un capo è bello, si vede, non c’è bisogno di scrivercelo sopra!

– Esattamente come la penso io!

Ah, sì? E come te lo spieghi che tu sembri na battona e io un’impiegata delle poste?

Insomma, morale della favola, torno alla mia scrivania, cerco il suo nome su gugol e mi esce fuori che è una delle migliori amiche di Guendalina Canessa.

Sono indecisa se ridere o suicidarmi.

 

SOLO LA NEBBIA, C’AVETE SOLO LA NEBBIA…

Alla fine, lo devo ammettere, lasciare lo Zoo di Testaccio non è stato facile. Innanzitutto perché per trovare un altro lavoro c’ho messo una vita, in secondo luogo perché ci ero anche affezionata. Pare si chiami Sindrome di Stoccolma.

Comunque, arrivare a Milano da romana non è per niente facile. Tutti dicono TAAAAC e i miei nervi sono sottoposti a sollecitazioni costanti e fastidiose. Sono l’unica donna, se si escludono quelle nella sede emiliana, il resto sono uomini giovani e meno giovani intenti ad accumulare capitali. Prima o poi li descriverò tutti con dovizia di particolari, per oggi vi basti questo esemplare dialoghetto.

Ambientazione: costosa pasticceria del centro che, in occasione della colazione (nel senso di “pranzo” pe li burini) prepara una leggera e sbrigativa – ma non per questo economica – tavola calda.

Protagonisti: Memmedesima, Avvocatik e il Bocconiano. Avvocatik è giovane, belloccio, se pippa anche la calce dei muri, ricco sfondato. Il Bocconiano è un bocconiano, non credo serva aggiungere altro.

Un silenzio imbarazzante alla ricerca disperata di argomentazioni.

F – sapete che io leggo in formato digitale, no? avreste qualche libro da consigliarmi?

B – ….

A – …mah…sai…

F – ? (sguardo interrogativo finto interessato)

A – mah, sai io ho letto di questo danese…poco conosciuto…alcuni libri molto belli…dei racconti sul mare…

B – …

F – Ah, interessante, me lo segno, come si chiama? (interesse smodato)

A-  Khawnpfhgjfogsson

B – …

F – ah, figo me lo segno…ultimamente io invece ho letto “Milano Criminale”, così, un po’ per cominciare anche a familiarizzare con la mia nuova città, mi sembrava un modo per approcciare…è simile a Romanzo Criminale solo che è ambientato nei quartieri della malavita milanese…

A – …

B – …

A questo punto la disperazione mi coglie, il piatto di broccoletti al vapore sta per finire e io non ho manco la scusa di avere la bocca piena, il silenzio è imbarazzante…che due palle, una c’ha un’ora risicata di pausa pranzo e la deve passare a tentare di interagire con sti due che non fanno il benché minimo sforzo. Un avvocato e un marchetingaro che non trovano di che chiacchierare: due professioni che si basano sul girare intorno a qualcosa di ovvio e nessuna capacità di farlo, incredibile. A un certo punto, provo a buttarla sulle serie tv: nessuno ha visto Boris, nessuno conosce la serie di Romanzo Criminale, nessuno ha mai sentito nominare Bigbentiori: ma ndo mazzo vivete? Mica dico che vi debbano piacere, ma almeno conoscerne l’esistenza. Libri no, tv no…a parte abbinare golfini e cravatte e  gli aperitivi, nella vita che fate? Poi, all’improvviso, la luce in fondo al tunnel, il Bocconiano ha un sussulto di vita.

B- hai visto nel fil di Checco Zalone..

A – puahhhahaa….sì, come si chiama? La vita è bella? ahahahah

F – burp! (quasi mi strozzo)

A – ahahaha ah, no, Che bella giornata ahahah

B – ahahahaha sai quando quello va da lei e dice no? ahahah

A – ahahah sì il terronazzo aahaha

B – sì, troppo divertente mammamia…mi sono morto dalle risate ahahhaha

A – sì, davvero fantastico ahahahah

Cose che poi dopo una veramente rimpiange la cicorietta ripassata e il barista che la chiamava Rasotera.

MI DISPIACE DEVO ANDARE, IL MIO POSTO E’ Là

Oh, buon anno a tutti.

Sì, è vero, ho aperto il blog nuovo e poi non me lo sono cagato. Di seguito una serie di scuse, fondate e dimostrabili:

– mi sono pulita la mano sulla giacca davanti alla persona che me l’aveva appena stretta. Si trattava dell’amministratore delegato della società che mi ha dato schiavitù da due anni a sta parte.

– ho graficamente ideato e mandato in stampa un calendario con le foto del mio gatto stupendo.

– ho mangiato polenta unta mentere nevicava a picco sul lago di Como.

– ho mandato testualmente a quel paese  il mega direttore comunicativo della grande Casa Madre della Guerra.

– ho fatto un colloquio in un salotto con 12 divani 12 dopo un attacco di labirintite alla frase “si sieda dove vuole”

– ho risolto parzialmente e temporaneamente i miei problemi di stitichezza a botte di cremini di cioccolata (mangiandoli eh)

– ho trovato lavoro

– mi sono dimessa dallo Zoo di Testaccio

– da lunedì convivrò col Primate e mi cago leggermente sotto

– ho comprato uno stivalazzo di Macsmara nero in pelle solo stupendo a 98 euri che è praticamente il record di prezzo basso dell’universo degli stivali meravigliosi

 

Tornerò, ora scusatemi ma devo impacchettare anche l’anima de li mejo.

BLASFEMIA PORTAMI VIA

Embè embè, signoramia, guarda che templeit che mi ritrovo.

Praticamente questo meraviglioso nuovo templeit è il frutto dell’amore cibernautico tra AmicaUmbra e Altissimo. Si esprimono così, sono timidi e nerd e per questo io sarò per sempre grata.

Nzomma, alla fine ieri ho speso 210 euro di maledetta Trenitalia. Ho anche detto una mezza bestemmia, la terza della mia vita.

La storia delle mie bestemmie, fra l’altro, è quantomeno singolare e variegata: la prima la dissi nella palestra dell’oratorio quando un tipo con le mesc mi spacco l’unghia appena riformatasi dell’alluce destro facendomene entrare i frammenti nella carne viva, copioso sangue uscì dalle mie scarpette con gli strass con cui mi allenavo a danza.

La seconda la dissi una volta che stavo magistralmente spiegando come fare il tiramisù a un tizio, proprio mentre sottolineavo l’importanza di non far cadere alcuna goccia di tuorlo nell’albume altrimenti questi non si sarebbe montato a dovere, ecco che si spaccò il tuorlo dentro la terrina degli albumi. Bella figura merdacea.

Ultima e blanda, la bestemmia di ieri sera. Più o meno la giornata si è svolta cosi: spendi 109 euri per un’andata e ritorno in Frecciammerda in giornata Capitale-Capitale della Moda. Vai a fare un colloquio mentre sul sedile accanto cambiano il pannolino a una bella bambina con gli occhi blu che non espelle comunque violette. Parla con la gentile ragazza del colloquio, preparati per tornartene dal Primate che ti attende capitolino, scopri che devi andare a fare un altro colloquio dall’altra parte della Lombardia. Perdi il treno, fatti venire a prendere dal suocero e vai a fare il secondo colloquio. Fai un test di logica incomprensibile, fai un test di autovalutazione della tua personalità, parla per un’ora con sto squalo bionda caschettata secca come la pelle di Carlo Conti. Rispondi quali sono i tuoi pregi e i tuoi difetti, dì i nomi dei tuoi capi, dì che cosa ti piace del tuo lavoro, dì quanto prendi di stipendio, volevo anche dire 33 ma non me l’hanno chiesto. Rimettiti in macchina col suocero, fai conversazione di cortesia, torna alla Madunina, paga altri 91 euri di treno ché il biglietto prima non è variabile né rimborsabile. Vomita due volte in treno con dei sudamericani che berciano. Dormi, leggi, arriva a Termini, non baciare il tuo fidanzato che hai l’alito di vomito, rientra in casa che sono le 11 piem. Poi dici una non è blasfema.

Tutto questo per postare una canzone bellissima che mi ha fatto conoscere il Primate Abbigliato:

LAVORA CHE TI PASSA (Parte Prima)

No, non avevo chiuso il blog solo a qualcuno lasciando che altri leggessero i cavoli miei. No no no.

E’ successo che dovessi andare a celebrare la posa di un sasso in quel della Lombardia o, per dirla con altre parole, che dovessi andare a prendere freddo.

Quindi ho mollato il mio amato computerino del lavoro nelle grinfie di chiunque passasse per la mia scrivamia. Indipercuilaquale ho bloccato tutto di modo che nessuno potesse scoprire la vita segreta di una non tineger italiana. Anche le bionde hanno dei misteri e il mio era, molto banalmente, questo.

Tipo che se il termometro della mia figaggine misurasse gli arcani e scheletri armadiati che cela la mia esistenza, signori miei, sarei interessante come un libro di Rosanna Lambertucci.

Insomma, dicevo, ero in Lombardia. E’ molto interessante lavorare al freddo e al gelo in uno stanzone quelle 16 ore al giorno remunerate meno di un cinese che cuce palloni per una fabbrica indiana con sede in Taiuan.

A un certo punto mi sono chiesta seriamente quando sarebbe entrata l'acqua, il prossimo passo poteva essere solo il lavoro in apnea.

E poi,  quando a mezzanotte scendi per prendere dei toner da un camion parcheggiato dall’altra parte della città, a piedi coi tuoi stivaletti ghiacciati, ti accorgi che hai imboccato l’uscita sbagliata, poiché con dei pannelli t’hanno cambiato tutti i percorsi (sempre più difficile, signori!), e ti ritrovi damblé su un tappeto rosso insieme a strapponcine sorseggianti sciampagnini. Tu, la scatola dei toner, le strapponcine di Mediaset e il loro sciampagnino.

Mi scorre addosso la mia esistenza: ero giovane, bionda, giravo per concerti, scrivevo un bel blog. Ora sono castana, riccia e liscia, porto scatoloni su un tappeto rosso dove immagini di me di un tempo (imputtanite, per carità) sorseggiano uno sciampagnino che mi spetterebbe di diritto, mentre il mio blog ristagna.

All’una di notte dico ai miei capi che non sto in piedi e che voglio andare in albergo a buttarmi nell’acqua bollente, chissà mai che almeno un arto lo possa salvare. Potrei sempre fare il fenicottero, perlomeno è rosa.

Trovo ad aspettarmi il Primate, addormentato in macchina con una fetta di torta per me. Lo abbraccio, lo sveglio e mi metto a piangere: sono esausta. Menomale che c’è lui.

Insomma poi gli spiego che ho problemi col lavoro, che la situazione è brutta brutta brutta, che trovare lavoro a Milano non è poi così semplice e che quindi devo dare il massimo per tenermi il posto anche se, tanto quanto lo sciampagnino, mi spetterebbe di diritto.

E lui, come niente fosse, dapprima si mostra comprensivo e poi insiste perché di sabato io esca prima per andare a cena con lui.

Ma dico io, ho problemi, non ho tempo, sgobbo sull’ecsel settemila ore al giorno…e tu mi chiedi di prendermi del tempo libero? Mah.

Occhei, il sabato sarebbe stato l’anniversario del nostro primo bacio, occhei.

Comunque, alla fine ci discuto a morte e decidiamo, seppur col muso, di prenderci una susciata da Poporoya (provatelo, è fenomenale) che comunque rende la vita una fase degna d'essere vissuta.

Mi viene a prendere, andiamo al ristorante a ritirare il nostro pacchetto di pesce crudo a fette spesse e via a casa sua in quel della pianura padana.

Di certo avrei voluto indossare qualcosa di meglio delle Geocs e di una camicetta per il nostro primo anniversario.

Entro, gioco col nostro gatto figlio (merita vari post a parte)  e vado in cucina. Lui mi fa “Sali in camera che c’è una sorpresina, chiudi gli occhi sulle scale” (certo, così poi la sorpresina diventa la fattura del dentista).

Insomma, scena da film, lui con le mani sugli occhi e io che apro a tentoni la porta…. 

 

(fine prima parte, se ci siete battete un colpo che scrivo pure la seconda)

 

PIETRE VERDI DI BAHIA, AL TIMONE LA FOLLIA

Questa assenza pesa più a me che ai miei (ormai) sparuti lettori, lo posso assicurare.
Nzomma come al solito me ne combinano peggio di Carlo in Francia (modalità vecchia profe delle medie on).
Potrei cominciare a raccontare di quando la Figlia di Mazzinga si è bellamente fatta un cannone alle undici di mattina in ufficio. E poi, alle solite, si è appisolata con una mano al maus e una all’aifon viola coi brilluccichini.
Potrei continuare con l’episodio del Bancario che mi scarica senza batter ciglio dicendomi che tanto tra noi non può funzionare e, al mio pianto nghé nghé, si è presentato con una palet di fard cotti Scianel che scanzete!
Sarebbe degno di nota anche l’episodio in cui incontro la mamma di Bancario che si è appena scolata un gelatino alla grappa. E mi parla, mi parla, mi parla. Il gelato doveva essere davvero forte considerando che il suo commento è stato “è una ragazza semplice e spontanea”. Ho rischiato la paresi da sorriso forzato in quei sette-otto minuti in cui tenevo la pancia in dentro.
E che dire dell’agente immobiliare superboro che mi mostra l’appartamento della vita insieme a AmicaUmbra e MarchigianaMontante? In pratica vorrei cambiare casa, vorrei avere un contratto di affitto in regola per la prima volta in vita mia, quattro stanze da arredare. E sono incappata in un annuncio mediamente banale che ha rivelato un appartamento in centro bellissimo, vuoto e nemmeno da svenarsi.  Ne ho parlato con le mie dirigenti: la prima mi ha detto che sarebbero stati molto interessati a rinnovarmi il contratto “qualora io fossi stata d’accordo”. La seconda ha detto che me lo diranno a fine luglio.
E quindi tutti i chilometri macinati in quel del Mondo Convenienza –ah la cui forza è il prezzo –oh si sono trasformati in quintali e quintali di inutili madonne –eh.
E devo pure trovarmi un nuovo lavoro…e che ci vuole “in questo paese ricco di opportunità per i giovani” [cit.]!
Ma insomma…passiamo alla ciccia. Grga si è sposato. Sì. Lo so, è dura anche per me.
E mi invita con messaggini email superliminali a passare nel suo ufficio. E io ci vado. Mi apparecchio mediamente a dovere, con quel tanto di finto spontaneo che va sempre bene. AmicaUmbra mi fa i capelli mossi, una camicia azzurra, un ginz (tagliaquarantaaa), una bella cinta scamosciata di quelle che ci giri dentro venti volte, un sandalone tacco dieci marrone scamosciato molto clessi. Perle a pioggia, es iusciual.
Il suo ufficio è molto bello, molto in centro, con una vista molto panoramica, molto disordinato e mediamente puzzolente di pipa. Lui ha dei mocassini neri di pelle vomitevolmente harvardiani.
Mi fa vedere la fede, faccio una facciaccia. Se la toglie.
Mi dice che mi sono cresciuti i capelli e che mi stanno bene. Li sfiora.
Mi porge un succo alla pera. Beve dell’acqua leggermente frizzante.
Mi fa vedere una foto del matrimonio. No comment.
Mi racconta del suo addio al celibato in compagnia della moglie. Sì, l’ho pensato anche io.
Mi trova in gran forma, dice. Ma sono sopra i cinquanta, ahimé.
Mi dice che se mi incontrasse per strada. Gli dico che siamo nel suo ufficio, invece.
Mi dice che se a cena illo tempore non notò la spocciatura, adesso nota bene.
Mi chiede di sedermi sulla sua gamba per leggere una cosa al pc. Deglutisco e resto in piedi.
Mi tira il fiocchetto della cinta. Si apre.
Gli faccio notare che è sposato. Per lui non è un problema. Figurarsi per me.
Vede il colore del mio reggiseno [carta da zucchero, n.d.a.]. Chiede se è appaiato. Lo è.
Usciamo dall’ufficio. Saliamo in ascensore. Mi guarda il culo ma non allunga le mani. Ahimé.
Ci salutiamo e prendiamo due taxi. Arrivo al Colosseo e arriva il suo messaggino.
Torno a casa, scendo dalle scarpe. Mi chiama il Bancario perché gli manco.
E io capisco tutto, i valori, la fiducia, l’affetto, i trucchi di Scianel. Ma certe volte anche la mia fedeltà è messa a dura prova.
E comunque riandremo a cena.